Un’età media di 30 anni
Il fine vita delle piattaforme petrolifere e del gas è questione sempre più dibattuta. Senza dubbio, pesa l’impatto di strutture immense, che propone sfide logistiche non indifferenti. Al momento, ci sono 12.000 piattaforme offshore per il petrolio e il gas in tutto il mondo; molte sono prossime al fine vita operativo. Smantellare queste strutture in modo sicuro e sostenibile è difficile, ma essenziale. Le piattaforme petrolifere e di gas che hanno esaurito la loro funzione in genere seguono iter distinti: rimozione completa, rimozione parziale, trasferimento altrove. Esiste anche un altro destino: l’abbandono nelle profondità marine e sul fondo del mare. Il Mare del Nord è una delle regioni con più strutture offshore; al momento, si contano più di 1.500 impianti con un’età media di 25 anni. Spostandoci oltreoceano, nel Golfo del Messico ci sarebbero 1.500 piattaforme petrolifere e di gas che hanno superato i trent’anni. Infine, nel prossimo decennio in macro regioni come l’indo pacifico dovranno essere smantellate più di 2.500 piattaforme.
Gli impianti e l’habitat
Lo smantellamento come intervento per procedere al riciclaggio delle piattaforme che hanno raggiunto il fine vita, non è un no sense. Ne è un esempio è la piattaforma Brent Delta, una delle quattro installazioni del giacimento di petrolio e gas Brent a nord-est delle isole Shetland, nel Mare del Nord. Quando ha cessato la produzione ultratrentennale, la parte superiore – quella al di sopra della linea di galleggiamento – è stata sollevata dal mare e spedita a una società britannica specializzata nello smantellamento. Ben il 97% della piattaforma, comprese grandi quantità di acciaio, è stato riutilizzato o riciclato. Le parti sottomarine lasciate in mare possono garantire l’habitat di specie come coralli, spugne, foche e balene. L’ente di beneficenza per la fauna selvatica The Scottish Wildlife Trust sostiene infatti che la rimozione completa delle piattaforme petrolifere potrebbe destabilizzare l’habitat di pesci e invertebrati, stravolgendo la catena alimentare in loco.
Fine vita: la sfida logistica
Le ricerche sull’impatto ambientale della rimozione delle piattaforme sono perlopiù recenti, e pagano la scarsa attenzione e anche la mancanza di lungimiranza di tanti anni. Fine vita e seguente rimozione delle piattaforme costituiscono sfide logistiche formidabili, soprattutto a causa delle dimensioni che le contraddistinguono. La parte superiore di una piattaforma, che ospita le strutture per la produzione di petrolio o gas, può pesare più di 40.000 tonnellate. E la sottostruttura sottomarina – ossia le fondamenta della piattaforma e le strutture di stoccaggio del carburante circostanti – può essere ancora più pesante. Nel Mare del Nord, le sottostrutture sono in genere realizzate in calcestruzzo per resistere alle difficili condizioni ambientali e possono spostare più di un milione di tonnellate d’acqua. In regioni come il Golfo del Messico, dove le condizioni sono meno estreme, le sottostrutture possono essere costruite in tubi d’acciaio. Il peso può raggiungere le 45.000 tonnellate
Progetti alternativi: i rigs to reef
In Malesia, una piattaforma petrolifera dismessa è stata trasformata in un resort per immersioni. E più di 600 piattaforme nel Golfo del Messico sono state riutilizzate in modo simile come scogliere artificiali per le immersioni, la pesca sportiva e altri sport acquatici. Dunque il fine vita di pesanti strutture può rivelarsi un’opportunità per interi territori, specie se la riconversione avviene nel rispetto dei criteri e dell’habitat circostante. Un approccio, quello di lasciare la sottostruttura della piattaforma viene in mare, noto come “rigs-to-reefs”, proposto fin dagli anni Ottanta. Dai rapporti disponibili, emerge che un simile metodo può produrre quasi sette volte meno emissioni inquinanti nell’aria rispetto alla rimozione completa della piattaforma. Tuttavia, gli oppositori sono scettici e sostengono che le piattaforme abbandonate possono lasciare sostanze chimiche nocive nell’oceano.
Fine vita, una riconversione possibile
Negli ultimi anni, diverse ricerche evidenziano la possibilità di riconvertire le piattaforme petrolifere e del gas dismesse in centri di energia verde che possano agevolare la riduzione delle emissioni. Ciò potrebbe includere l’utilizzo delle piattaforme offshore per la cattura e lo stoccaggio del carbonio o lo stoccaggio e il trasporto dell’idrogeno, un tipo di carburante sostenibile che non emette carbonio quando viene bruciato. Un rapporto redatto pochi anni fa da partner governativi e industriali nel Regno Unito ha suggerito di utilizzare le piattaforme petrolifere esistenti per produrre idrogeno verde, che viene generato utilizzando energia rinnovabile. Nel rapporto Fostering an Effective Energy Transition 2023, il World Economic Forum classifica 120 Paesi – comprese le economie produttrici di petrolio e gas – in base ai loro attuali sistemi energetici e alla transizione verso fonti di energia pulite e sostenibili.
Il futuro e la marcia verso la sostenibilità
Il rapporto del 2023 delinea le azioni dei Paesi e delle industrie. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno introdotto finanziamenti per migliorare la transizione energetica, tra cui 4,7 miliardi di dollari per ridurre le emissioni di metano dai pozzi di petrolio e gas orfani. In Canada, invece, le compagnie petrolifere e del gas stanno investendo nella tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio. E negli Emirati Arabi Uniti, il costo delle energie rinnovabili è sceso rapidamente negli ultimi anni, rendendole sempre più competitive rispetto ai combustibili fossili. Secondo il Forum, la “marcia dell’energia sostenibile” ha tenuto il passo in un periodo di estrema volatilità. L’anno scorso, per la prima volta, gli investimenti in tecnologie energetiche a basse emissioni di carbonio hanno superato la cifra record di 1.000 miliardi di dollari.

